Su un vecchio articolo del Manifesto: imparare a riconoscere i propri errori, per poter costruire un futuro
"Non potevamo fare domande sul nostro futuro, perchè non ne avevamo uno" (Johnny Rotten)
Nel mese di febbraio 2007, il Manifesto ha pubblicato un articolo, a firma Marco Bascetta, sulla gioventù italiana, il suo crollo demografico negli ultimi 40 anni circa e le ripercussioni, vere o presunte, per ciò che concerne la cultura e la politica.
La tesi di Bascetta è che a causa di tale crollo delle nascite, la gioventù italiana ha finito per uscire dal palcoscenico della Storia, per divenire oggetto eterodiretto da parte delle élites attualmente dominanti, costituite da uomini e donne della classe media e medio-alta (economicamente e anagraficamente parlando). Che cioè, ad esempio, il '68 fu possibile perchè circa un quarto degli italiani era costituito da giovani, mentre ormai essi sono meno di un quinto degli abitanti del Paese, finendo per non essere più un "soggetto di peso". Oppure, altro esempio, la Rivoluzione d'Ottobre fu fatta da ventenni.
Ma i due esempi sono notevolmente diversi: indipendentemente da come nacque il '68 (fenomeno culturale e politico trasversale ai vari "colori" politici, per poi polarizzarsi e radicalizzarsi, oppure prodotto dell'onda lunga rivoluzionaria "di sinistra"), il suo esito fu sostanzialmente anti-sociale, consumistico e individualista. Ed è proprio nella focalizzazione sui giovani che sta l'errore, dato che l'aver importato il classismo nelle dinamiche generazionali ha solo prodotto il contrario di ciò che una vera rivoluzione (socialista, nazionalista o conservatrice) vorrebbe, cioè ha prodotto la frammentazione sociale. La Rivoluzione d'Ottobre non si poneva di certo il problema nei termini nudi e crudi di una appartenenza (non durevole, ovviamente) ad una classe d'età (lo dice lo stesso Bascetta, d'altronde). Anche il fascismo, quando cantava la giovinezza, rimandava a qualcosa di simbolico, senza arroccamenti, insensati, alle date di nascita. Entrambi saranno pur stati fenomeni "giovani", ma improntati a visioni integrali della società, in tempi in cui la natalità era forte quanto la mortalità (ragioni fondamentali di queste ampie presenze giovani).
Al contrario, il '68, mostrandosi e venendo mostrato (subdolamente?) come rivoluzione dei giovani, finiva per scavare un fossato tra gruppi sociali, fossato che finiva anche per essere una gigantesca fossa comune. Lo stesso Bascetta riconosce che è a partire dalla fine degli anni '60 che cala la demografia italiana. E non può essere un caso: finendo per ampliare lo spazio di false rivendicazioni come aborto, droga e forme libere di sessualità, il '68 ha perso di vista l'obiettivo vero, ossia il mutamento profondo nei rapporti tra popolo e classi dominanti. Il '68 è diventato fenomeno mediatizzato, facilmente sfruttabile secondo un'ottica individualista e nichilista, anche grazie alla naturale indole di ogni giovane, più restìo all'accettazione delle regole. In pratica, ciò che è naturale, è diventato il grimaldello per scardinare il processo rivoluzionario e imporre, pian piano, un dominio élitario forse definitivo.
Il giovane post-sessantottino è diventato un soggetto solitario: vedendosi come distinto dalle generazioni precedenti, egli ha anche imparato a vedersi distinto da quelle successive. Il meccanismo ha fatto il suo corso, imponendo un modello di vita sostanzialmente solipsistico, nonostante il moltiplicarsi di occasioni sociali di svago e di pseudo-cultura massificata. Questo è il punto che manca, totalmente, nei ragionamenti dell'articolista del Manifesto: se non si dà conto del perchè c'è stato il crollo demografico, non si può ambire a tutto il resto. Ma darne conto significherebbe anche ridimensionare o eliminare del tutto il '68 come faro di rinnovamento socio-culturale e politico. Non c'è bisogno di aggiungere considerazioni sul decennio successivo e la strategia della tensione, orchestrata ad arte per demolire i fenomeni politici rivoluzionari (comunisti o neo-fascisti o d'altro genere, qualora fosse stato possibile). Basta rendersi conto di quanto l'immagine di quel periodo abbia mostrato un'Italia di "giovani leoni" e di "delfini" solitari (e poi di "porci con ali", ecc.), presuntuosi e superficiali, interessati ai propri desideri e fissazioni, più che ad un autentico mutamento.
In questo senso, il Pasolini che preferiva i (giovani) poliziotti ai (giovani) manifestanti altro non diceva, implicitamente (oltre all'idea, esplicita, del poliziotto "vero proletario"), di non credere al "classismo" demografico, pericoloso perchè capace di produrre solo ulteriori divisioni, utili non alla rivoluzione, ma ai cani da guardia del Sistema.
Controprova: Giuliano Ferrara, per i 30 anni dal '68, ha scritto su Repubblica che il Pasolini del "meglio i poliziotti" era solo invidioso della futura classe dirigente (Ferrara compreso, ça va sans dire)! Preferite credere a Ferrara o a Pasolini?
Tutto quello appena detto si riflette nello stesso articolo di Bascetta: che c'è di più "piccolo-borghese", oggi, se non l'esaltazione del piccolo atto conflittuale o della difesa della "canna" con gli amici o della scuola come "percorso aperto"? Certo, questo rimpallarsi l'etichetta di "piccolo-borghese" è un po' noiosa, in tempi in cui ciò viene riproposto anche per le legislazioni anti-lavavetri e anti-graffitari. Ma il secondo non esclude il primo, dato che anche l'atteggiamento permissivista è stato fatto sistema e divenuto parte del quotidiano. Sbaglia perciò Bascetta nel vedere in presunte pratiche repressive il problema della sparizione giovanile italiana: tali pratiche, blande (si dica quel che si vuole e nonostante Genova 2001 e poco altro), non sono di certo la causa del mutamento demografico, nè sono la causa del venir meno sul palcoscenico politico. Primo, perchè giovane non significa "rivoluzionario delle idee" (tutt'al più, come detto, può significare "restìo alle regole"); secondo, perchè se non si fanno figli, diciamolo in modo crudo, è inutile piangere per la sparizione delle nuove generazioni! Bascetta crede ad una sorta di totem, identificabile in un individuo di giovane età, inevitabilmente, a causa proprio della sua giovane età, pronto a rimettere in discussione tutto ciò che è venuto prima di lui e a farsi carico di un rinnovamento completo dell'esistente. Una panzana, insomma!
Ma questa descrizione fantastica del giovane non porta a nulla, se non all'incapacità di vedere gli individui per ciò che sono, ossia esseri umani necessitanti di rapporti sociali profondi, prima e più ancora che non di mille libertà individuali e individualistiche.
Nell'articolo del Manifesto compare un'espressione interessante, che facciamo nostra: demografia sovversiva. Portiamo allora il tutto alle sue più estreme conseguenze: quando su questo blog accusiamo determinate figure politiche o culturali di genocidio, quando parliamo di "città genocide", diciamo semplicemente che in esse opera (consapevolmente o inconsapevolemente) un progetto socio-economico e politico-culturale dominato dalle istanze del consumismo capitalistico globalizzato, anche quando ci si dipinge con colori caldi. Diciamo che tale dominio implica due cose: l'individualismo come spirito del tempo (ormai capace di infiltrarsi in ogni ambito del vivere) e lo sradicamento identitario come prassi imposta di vita quotidiana. Queste due condizioni permettono lo sviluppo consumistico generale e i suoi sviluppi ulteriori. Tra questi, ci sono anche il multietnicismo e l'accettazione dell'immigrazione di massa. Tali sviluppi sono giustificati, dal Sistema, in funzione della demografia declinante italiana (ed europea, più in generale). In pratica, lo schema è questo:
il Sistema del Consumo crea le condizioni per l'individualismo >>> si origina la disistima generazionale (componente della disistima "universale") >>> si innesca la bassa natalità >>> si permette lo sviluppo delle città multietniche, ossia le "città genocide" senza identità (se non quella negativa del consumismo) >>> viene minata l'identità complessiva dei popoli e delle nazioni, a vantaggio del Sistema stesso.
La demografia sovversiva è perciò quella operante nell'indottrinamento individualista e anti-identitario ed è a partire da esso che avviene non la sola disfatta delle nuove generazioni, ma quella più complessiva del popolo.
N.B.: Naturalmente ci sono sviluppi ulteriori da considerare, in particolare sulla natura particolare dell'immigrazione maomettana e dei suoi rapporti con le élites di Bruxelles e Washington (al di là delle cortine di fumo dei conflitti medio-orientali). Ma, per il momento, può bastare...
Gli articoli citati:
"Gli anni verdi di una classe pericolosa" + "Pier Paolo Pasolini come fu astuto..."

categoria:citazioni, cultura, italia, attualità, demografia, genocidio, infanzia e adolescenza, articoli e testi







